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Intervista al prof. Gualandris, nuovo Preside dei Licei dell’Opera

Grandi cambiamenti al Santalex! L’inizio dell’anno scolastico 2015/2016 è coinciso con una svolta epocale per la scuola: i licei dell’Opera Sant’Alessandro sono stati unificati sotto un’unica presidenza. Chiamato a dirigere la nuova realtà scolastica il professor Domenico Gualandris, storico e indimenticabile insegnante di Matematica del Sant’Alessandro per molte generazioni di studenti e, per alcuni anni, preside dell’Istituto Sacro Cuore di Villa d’Adda. Pur mantenendo ancora la propria identità e i propri indirizzi peculiari, i Licei Classico e Scientifico del Sant’Alessandro e il Liceo Linguistico della Capitanio, si propongono di fondere sempre di più le proprie caratteristiche e competenze per creare un’offerta formativa in grado di intercettare e soddisfare i continui e rapidi cambiamenti della società contemporanea.
Buongiorno, professor Gualandris. L'anno scolastico che si è da poco concluso l'ha vista alla guida dei Licei dell'Opera Sant'Alessandro. Quali sono i suoi pensieri sull'anno trascorso?
La prima considerazione è per i docenti. I timori per un incarico inatteso si sono giorno per giorno attenuati grazie alla grande collaborazione che quotidianamente mi hanno garantito; molti di loro erano già stati miei colleghi e la difficoltà maggiore è stata quella di sentirmi osservato e valutato, dopo un periodo intenso della presidenza Sisana, uomo di grande cultura e di estrema precisione. Con i docenti che ho incontrato per la prima volta la reciproca prudenza ha fornito la possibilità di conoscerci. Per tutti è cresciuta giorno per giorno la stima per la grande professionalità e la notevole disponibilità che offrono alla scuola.
Come è stato passare dalla realtà di Villa d'Adda a quella di Bergamo (anche se vi aveva lavorato a lungo come docente)?
Per qualche mese mi sono mancati i volti dei piccoli dell’infanzia che, ogni mattina, passando davanti alla presidenza mi osservavano con sguardi assonnati, ma sempre curiosi. Qualche volta in pianto, altre volte di corsa sfuggendo alla mamma, con la loro manina accarezzavano il vetro per il loro tenero saluto.  Al Santalex il saluto del mattino è stato spesso caratterizzato dalle visite in presidenza degli studenti bisognosi di giustificazioni: hanno contribuito a farmi conoscere pian piano un quadro di coloro che, un po’ per pigrizia, un po’ per negligenza, hanno vissuto la scuola con maggiori difficoltà. Ho scoperto fragilità personali. Ho scoperto fatiche non sempre facili da presentare ai docenti. Il ruolo di preside talvolta si è confuso con quello di genitore, garantendo agli alunni un po’ di complicità.
Il 2015-2016 è stato un anno decisivo per la Scuola italiana con il licenziamento della legge 107 sulla Buona Scuola. Cosa pensa della Riforma messa in atto dal Governo Renzi? Quali sono le maggiori sfide che la Scuola dovrà affrontare nel prossimo futuro?
Non mi esprimo sulla Riforma: da trent’anni in questo mondo da docente e da dirigente, ho visto susseguirsi molte riforme. Basterebbe citare i nomi di alcuni ministri della Pubblica Istruzione per ricordare alcune delle tante riforme: Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini. Se non altro la Buona Scuola non porta il nome di un solo ministro. Per lo Stato sarà ricordata come la riforma che ha voluto mettere mano al problema del precariato, per la scuola paritaria si è posto il problema opposto, essendo stati numerosi i docenti che hanno accettato il ruolo allo Stato.
Pertanto per noi quella della Buona Scuola è stata una riforma che ha fatto emergere alcune fragilità circa la possibilità di avere un corpo docenti stabile, ma ci ha dato però la possibilità di riflettere sulla necessità di impiegare le nuove risorse con prospettive di innovazione, di ricerca di diversi stili didattici e di nuovo entusiasmo.
La Buona Scuola ha richiamato i Licei ad una maggiore attenzione al mondo del lavoro: il Progetto Alternanza Scuola Lavoro da costruire con un pacchetto di 200 ore nel triennio si è rivelato da subito una grossa opportunità, ma anche un grande impegno per la scuola che si deve addossare la complessa fase organizzativa.
E quali sono le principali sfide che Sant'Alessandro e Capitanio hanno di fronte a loro?
La prima è quella dell’identità. Don Luciano, il nostro Rettore, relazionando ai docenti in chiusura d’anno, ha fatto una distinzione tra identità e identificazione. Diceva: un conto è quello che siamo e un altro quello che sembriamo. È chiaro che anche per un dirigente è spesso difficile rincorrere l’identità (stile, qualità, attenzione alla persona) dall’identificazione che troppe volte si pone sul binario del marketing. È necessario porsi all’ascolto delle richieste di un’utenza molto esigente, ma è essenziale rimanere fedeli a quanto dichiarato per non dimenticare la priorità dei valori. La sfida è pertanto quella di non vendere la propria identità per rincorrere mercati più generosi.
La seconda è quella della modernità. Senza però rincorrere la moda. Modernità significa innovazione nella qualità della formazione dei docenti, nella capacità di rivedere l’organizzazione del lavoro collegiale, dell’utilizzo della tecnologia per velocizzare la ricerca e l’uso delle fonti. Stili e strumenti però che non facciano venir meno l’importanza dello studio rigoroso e individuale dello studente, che non svuotino di valore la relazione didattica che si crea nel gruppo classe.
Il tema che ha guidato la riflessione del Collegio durante l'ultimo a.s. è stato il testo dell'enciclica "Laudato sii" di Papa Francesco. Come ha camminato la scuola nel segno della riflessione papale?
Don Luciano ha colto dalla lettera enciclica la frase che introduce il punto 3: "Nulla di questo mondo ci risulta indifferente". E’ divenuto per le nostre scuole un ritornello che ha sottolineato vari momenti delle attività. In particolare i tempi forti dell’Avvento e della Quaresima durante i quali è stato dapprima presentato il progetto Carcere con il duplice compito di sostenere il lavoro di una cooperativa che permette a molti detenuti di lavorare ogni giorno per la produzione di dolci e di raccogliere fondi per creare un giardino in carcere che permetta di accogliere in modo più sereno i figli dei detenuti nei momenti delle visite. I valori più legati alla salvaguardia dell’ambiente dell’enciclica hanno trovato inserimenti in Unità di Apprendimento pluridisciplinari che hanno coinvolto Scienze, Filosofia e Religione.  Credo però che il valore strategico della lettera enciclica sia quello di avere dato a tutti un riferimento preciso: scienza, fede e cultura devono far nascere la consapevolezza che le risorse devono essere utilizzate con saggezza. E la scuola può contribuire in ogni momento a far nascere questa coscienza.
Le riflessioni contenute nell'enciclica possono essere declinate nel tentativo, da parte del pontefice, di definire un rapporto armonico, di cura e responsabilità tra umanità e creato. Come si concretizza questo concetto di cura e di responsabilità nella sua professione, di docente prima e ora di preside?
Domanda complessa: la presidenza spesso è condizionata da problemi quotidiani; questo interrogativo modifica completamente il livello del pensiero. Ci potrebbe essere un livello che definirei strategico attraverso il quale Rettore e Preside possano definire delle indicazioni su come introdurre una cultura dell’ambiente, del rispetto del creato, della ricerca della razionalizzazione delle risorse. Questo livello dovrebbe passare da richieste concrete ai singoli docenti che si occuperebbero di definire all’interno dei saperi delle proprie discipline momenti di riflessione e di studio specifici.
Un secondo livello, più concreto, dovrebbe essere la richiesta di una reale attenzione agli sprechi e all’ambiente: risparmio energetico (luci e riscaldamento), mobilità (utilizzo di mezzi pubblici o biciclette), cura della propria salute…
Un terzo livello, certamente più ambizioso, sottolineato dal Pontefice, dovrebbe essere quello di stimolare in ciascuno studente un amore civile e politico che, attraverso la ricerca di una fraternità universale, sviluppi le azioni per costruire un mondo in cui "l’amore per la società e l’impegno del bene comune siano la base delle relazioni tra gli individui ma dei rapporti sociali, economici e politici".
E c’è bisogno di una classe dirigente che incoraggi la cultura della cura del creato.


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