nart 6 - La Sveglia

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nart 6

 

Perché lo fai? Volontariato e quotidianità

Nell’anno in cui Papa Francesco parla di misericordia, e non solo, in cui i leaders mondiali cercano soluzioni al sempre più grave problema dell’inquinamento del Pianeta, a poche settimane da un referendum che ha scarsamente interessato la popolazione e in giorni in cui a rischio c’è la libertà di essere altro, con una politica, purtroppo, ormai mondiale, che ostacola la multiculturalità, penso a come poter rispondere in maniera efficace alla domanda che tante volte mi è stata fatta, la domanda a cui, chiunque si trovi nella mia situazione, fa fatica a rispondere, domanda che è tanto senza significato, quanto il punto cruciale della mia quotidianità: che cosa significa fare volontariato? O, ancora peggio, perché lo fai? E una domanda che mi è stata rivolta spesso, forse perché sono quasi dieci anni che le mie giornate sono permeate da attività in cui mi dedico a chi è altro, o, perché no, soltanto a me stessa, senza rendermene conto. Catechismo in oratorio, Cre Grest estivo, tombola con gli ospiti dell’ex casa di riposo di via Gleno, ora Carisma, albergo popolare, hospice di Borgo Palazzo, Caritas parrocchiale, Caritas diocesana, casa San Michele, casa Raphael: un elenco di nomi per i più, per me, invece, che, come dico spesso, "sono attratta dal disagio", l’altro con cui riempio le mie giornate, dandovi un senso. A poche settimane da un trasferimento all’estero, che, almeno a priori, significherà studiare studiare e ancora studiare, mentre faccio ordine dentro armadi, scatole piene di ricordi e relazioni umane, credo mi faccia bene, anzi, non potrebbe essere più terapeutico, fermarmi a riflettere sulla presenza e sul senso del volontariato per me. Come dicevo, ho iniziato a conoscere questa realtà, così sfaccettata e poliedrica, ai tempi del liceo (tutto merito della prof. Ianniello) e da allora non sono più riuscita a farne a meno. Ho incontrato diverse realtà, tutte quelle che ho citato prima, e in ognuna di queste persone uniche ed irripetibili, insomma, altri, da me. Mi viene, quindi, da rispondere senza rifletterci troppo, che volontariato per me significa essere per gli altri, con gli altri. Volontariato non è fare, come, per fortuna, ho imparato negli anni, ma essere; volontariato è uno stile di vita, essere se stessi, magari riuscendo a stare in silenzio e ascoltare chi vuole dire qualcosa, attraverso le sue parole e la sua vita. Capisci che volontariato non è fare ma essere quando non identifichi più l’attività con un compito, ma quando diventa i nomi di quanti incontri e quando conosci le loro storie. Poi arriva, sempre come un fulmine a ciel sereno, la seconda, cioè, perché? Questa è ancora più annosa, è come chiedere ad un bambino perché abbia un sogno nel cassetto. È inconscio, molto egoista, è uno strumento, molteplice come le persone che si incontrano, per conoscere se stessi, per (ri)scoprirsi attraverso gli altri. Brutale, io uso gli altri per capire chi sono e ricevo i complimenti per star facendo qualcosa di buono per chi è meno fortunato di me. Ma cosa faccio di buono? Credo nulla, forse, penso solo un po’ di più. Famoso è l’aneddoto che racconta di un bambino, che risponde alla domanda "che cosa vuoi fare da grande?" che vuole essere felice. Io dico, invece, che voglio fare volontariato, per conoscere chi sono, l’altro e riconoscere nell’essere altro la bellezza della natura e dell’essere uomo.
Marta Ribul


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