nart 2 - La Sveglia

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nart 2

 

Intervista a Paolo Fiorina, l’Ex Allievo dell’Anno

Sabato 07 maggio, presso l’auditorium del Sant’Alessandro, si è svolta l’Assemblea Annuale degli Ex Allievi. È stata l’occasione per salutare con gratitudine i prof. Clivati, Ruck e Togni che dall’anno prossimo potranno godersi la meritata pensione, per ascoltare l’interessante presentazione del nuovo romanzo del prof. Paris, La cura di Jonas, e per premiare Marco Pendezzini, l’ex allievo che ha raccolto il maggior numero di preferenze come candidato per la categoria giovani. Soprattutto, però, è stata l’occasione per assegnare il premio che l’Associazione riconosce ogni anno all’ex allievo che maggiormente si è distinto in campo nazionale e internazionale per meriti personali. La scelta del Consiglio Direttivo dell’Associazione è caduta sul dottor Paolo Fiorina, il cui nome va ad aggiungersi a quelli dell’ex Ministro Terzi, del dottor Remuzzi e del dottor Pezzotta. Fiorina, 48 anni, dopo aver conseguito la Maturità scientifica presso il Liceo del Collegio, ha proseguito la sua carriera accademica a Milano, dove si è laureato in Medicina e Chirurgia per poi conseguire la specializzazione in Immunologia a Parma. Dopo aver collaborato per alcuni anni con lo staff del San Raffaele, ha ricevuto nel 2004 la proposta di trasferirsi negli USA insieme alla moglie Alessandra e ai tre figli (Roberta, Emma e Leonardo) per lavorare presso il Boston Children’s Hospital dell’Harvard Medical School di Boston. Il suo lavoro di ricerca su cellule staminali e trattamento terapeutico del diabete 1 e 2 gli sono valsi importanti riconoscimenti a livello europeo e internazionali.
Quali sensazioni ha provato nel tornare al Sant'Alessandro e ricevere il premio di "Ex Allievo dell'Anno"?
Devo dire che le sensazioni provate tornando al Sant’Alessandro sono state incredibili. Ancora più incredibile è stato ricevere il premio di Ex Allievo dell’Anno. VIvere 5 anni in uno stesso istituto con le medesime persone e con i medesimi amici è un’esperienza che ti rimane addosso e che non puoi cancellare. Il palazzo richiama alla mente moltissimi ricordi: ci sono angoli dove hai giocato, dove sei stato messo in punizione, dove hai discusso con gli amici, dove hai incontrato i professori… Ricevere il premio è stato quindi - oltre che un grandissimo onore - anche una gioia immensa. SI tratta di un riconoscimento che speravo di ottenere e che mi ha fatto sentire ancora più orgoglioso della mia "Alma Mater", come chiamano gli Americani gli istituti nei quali ci si è formati.
Se dovesse isolare un unico ricordo della sua esperienza al Collegio, quale sarebbe?
Isolare un unico ricordo non è per niente semplice. Ne ho diversi molto forti. Ricordo ad esempio una gita Capri con il professor Donadoni: viaggio bellissimo con un clima stupendo. Per la prima volta, forse, mi sono sentito grande, libero, indipendente e felice con i miei ex compagni. Un’altra esperienza che porto senz’altro con me è l’Esame di Maturità: la sensazione di stare per iniziare una vita nuova al termine di un percorso incredibile. Scelsi il tema più difficile, quello di letteratura, e, nonostante ciò, sentivo di volare, mi rendevo conto di conoscere la materia grazie alla preparazione ricevuta dai professori. Ci sono state anche esperienze meno brillanti, che mi hanno tuttavia formato altrettanto profondamente: ricordo infatti ancora oggi un brutto voto in seguito a una versione difficilissima di Sallustio assegnataci dal professor Arnoldi che mi spronò a impegnarmi nello studio del Latino e credo che successivamente presi solo voti altissimi. Ricordo infine una serie di interrogazioni della professoressa Provenzi che per tre - se non addirittura quattro! - lezioni consecutive mi chiamò alla cattedra, insegnandomi così a non abbassare mai la guardia. E infatti non l’ho mai abbassata.
Durante la cerimonia di premiazione ha avuto la possibilità di parlare a un gran numero di studenti che presto saranno chiamati a prendere importanti decisioni e a dare in prima persona un indirizzo ai propri studi e alla propria vita professionale futura. Quale consiglio si sente di dare loro?
Proprio in questo periodo mi sto confrontando con mia figlia di 14 anni - la prima - sulla scelta delle Superiori. Mi rendo conto che dare un consiglio sul futuro non è mai facile perché le prospettive di un genitore sono diverse rispetto a quelle dei figli. Quello che mi sento di dire è che personalmente ho basato tutta la mia vita sull’impegno e sullo studio. Il primo consiglio che darei a un ragazzo è dunque quello di studiare, di accumulare bagaglio, perché le cose facili da raggiungere non portano molto lontano. Al contrario, studiare e mirare a obiettivi impegnativi, in termini di carriera e curriculum, produce risultati di lungo periodo. Mi definisco anzitutto una persona che ama la conoscenza e quindi spero anzitutto che i miei figli e i ragazzi con i quali ho avuto la possibilità di parlare imparino il valore dello studio e dell’apprendimento.
Quali sono le principali differenze che ha potuto riscontrare tra il sistema di istruzione e ricerca italiano e quello statunitense?
Terrei anzitutto a fare una precisazione. Il sistema di istruzione italiano è un’eccellenza assoluta ed è spesso superiore a quello statunitense. Ho fatto il Liceo in Italia, mi sono laureato in Italia e mi sento estremamente preparato, anche confrontandomi con i colleghi americani. Spesso anzi sono loro a invidiare la nostra ampiezza di conoscenze. Il sistema di ricerca italiano, invece, è perdente per diverse ragioni. Anzitutto il mercato di finanziamento americano è infinitamente superiore a quello italiano, dove i fondi sono quasi unicamente di provenienza statale, mentre negli USA coesistono fondi governativi, fondi di  private dirigency, agenzie di finanziamento, associazioni di pazienti e via dicendo. In secondo luogo la carriera di un ricercatore negli USA è realmente basata sul principio della meritocrazia, per cui anche un giovane con un’idea eccezionale può ottenere finanziamenti importanti. Infine la mobilità. È pazzesco tornare in Italia dopo lunghi periodi di assenza e ritrovare sempre le stesse facce, le stesse posizioni. In America ogni due anni c’è un cambiamento.
Su cosa sta lavorando attualmente?
Sto lavorando sulla ricerca di fattori che possano controllare il modo in cui le cellule staminali vivono, si riproducono e muoiono all’interno del nostro corpo, sia in condizioni di salute fisiologica, sia in situazioni patologiche. Sono infatti convinto che il futuro della medicina rigenerativa non si ponga tanto nell’iniettare in un organismo un certo tipo di cellula - con tutto il tempo che tale cellula impiega poi per raggiungere la propria destinazione, quanto apprendere come stimolare le funzioni endogene del nostro organismo.
Quali sono, a suo parere, i settori di ricerca più promettenti nel campo dello studio delle cellule staminali?
Credo che la grande sfida in questo particolare campo di ricerca consista nella reale trasposizione in clinica delle promesse che le cellule staminali stanno dimostrando in ambito pre-clinico. Il trasferimento delle grandi e importanti scoperte fatte in laboratorio in ambito clinico sta facendo infatti fatica a realizzarsi per diverse ragioni, dal rischio di possibili complicazioni a problematiche di natura etica. Sul fronte scientifico, invece, si stanno compiendo notevoli passi avanti, per esempio, nell’utilizzo delle staminali quali chaperon per terapie geniche, così come, a scopo rigenerativo, in ambito diabetologico.
Il tema che ha guidato la riflessione del Collegio durante quest'ultimo anno scolastico è stata l'enciclica pontificia Laudato sii. Lo studio condotto da Papa Francesco mira a definire il concetto di ecologia e, attraverso di esso, la responsabilità degli esseri umani nei confronti del creato. La ricerca sulle staminali e il loro utilizzo in campo medico hanno prodotto un acceso dibattito, dove la Chiesa ha assunto posizioni anche.  molto dure nel richiamare medici e ricercatori al rispetto e alla responsabilità nei confronti della vita. Come si coniugano nella sua professione i concetti di "ricerca" e di "responsabilità"?
Trovo molto interessante la riflessione che il Papa ha avviato con l’enciclica. È interessante riflettere sul fatto che noi cerchiamo effettivamente di modificare la natura, di cambiare il nostro destino, di prolungare la nostra vita e di lottare contro le malattie. Per ottenere tutto ciò è necessario modificare il creato e la relazione con l’ecosistema che ci circonda. È giusto quindi interrogarsi. Capisco anche che la Chiesa, a volte anche con prese di posizione molto dire, richiami i medici alle loro responsabilità. Per noi non è facile da un lato batterci perché l’uomo è la medicina sconfiggano il male, la malattia e la morte, e dall’altro evitare che queste prospettive determinino cambiamenti brutali dell’ecosistema. A guidarci devono essere l’etica e la responsabilità, insieme alla passione, al desiderio di sconfiggere il dolore, ponendo sempre al centro l’uomo. Non bisogna smettere mai di chiedersi se quello che stiamo facendo porta reale beneficio all’uomo e non stravolge completamente le regole dell’universo e del buon senso.


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